Senza Luce (drammatico/mistero) narrativa racconti brevi 23/01/’01 Si lasciò cadere nel letto dei ricordi, il suo pensiero, o quello che pareva sembrare, vagava; a volte aveva la netta impressione d’essere ancora lì sul lung’argine del fiume, vicino al centro civico della sua cittadina. Un gran paesotto, nato senza pretese d’urbanistica e che il comune aveva cercato negli anni di abbellire con ritocchi qua e là. Se ne stava immobile su una panchina che non era pietra ma nemmeno legno, uno strano materiale, come strana era quella sensazione. Ci andava sempre durante la pausa di lavoro qualche volta con la sua collega Anna, ma spesso sola. Aveva bisogno di riordinare le sue idee di stare nel completo silenzio della natura, in quel piccolo sprazzo di verde cucito addosso al cemento. Era morta da un pezzo.. ma non se ne rendeva conto, non lo sapeva, non lo sentiva; tornava in visita a quei luoghi che non aveva mai abbandonato dal giorno di quel terribile incidente, ed era ancora una volta là sdraiata in mezzo a strane nebbie che le occludevano la vista della luce in modo naturale. Quasi permeata da semioscurità soffuse, cercava di pensare, ma non era pensiero quello che lei sentiva nella testa; ormai non c’era più da qualche tempo. Nutriva il desiderio irrefrenabile di voler parlare, ma le sue corde vocali erano inesistenti; così completamente afona s’aggomitolava come un refolo di fumo sull’estremità del fiume, dove tanto s’intratteneva anni prima. Scoprì molto presto che poteva sorvolare ogni luogo con notevole capacità, e questo, dopo il primo stupore, la impressionava. Si domandava cosa fosse divenuta, lei che ancora pareva pensare come un essere umano coinvolto dalla coscienza di esistere in qualche modo, esserci! In un istante le parve scorgere sua madre; la vide avanti negli anni, anziana e gravemente malata prona nel letto pregare lei, sua figlia. Intese forte questa supplica d’aiuto, vibrare e percuoterla in ogni dove della sua sostanza. “Io sento perche’ sono un’anima!” Realizzò in quel buio di caligine informe di desolazione proseguendo, con enfasi, in un gergo incomprensibile: “Non ho più carne, che angoscia terribile m’avvince ora che ho la certezza, che non mi abbandona, di non poter tornare indietro, di non poter abbracciare fisicamente chi amo!” Il rimorso maturava e nel mentre pareva incontenibile, enorme, schiacciante, capace di deformare qualsiasi realtà. Elisa si annoiava molto e non riusciva a piangere, era priva di lacrime, riusciva solo a deprimersi; giaceva in una sorta di stand-by perpetuo. Rivide il luogo dell’incidente; qualche entità superiore la trascinò sul posto. Recalcitrante le fu imposto di guardare. Era ancora là, immobile, in una scena orribile, ma Lei aveva deciso di attraversare quel tunnel quando le fu chiesto cosa volesse fare. Tuonò una voce squarciante e perentoria: “Volevi restare, e sei rimasta, ora di che ti danni?!” Elisa sfiorò sua madre, come vento caldo, le spirò fra braccia che aveva aperto ma che non trattenevano, in quel modo s’accasciò sul cuscino esalando l’ultimo respiro. La madre non si ricongiunse con Elisa, dovevano dividersi per sempre e completamente; le fu dato modo di avvicinarsi, a lei, solo per ultimo desiderio della madre stessa in punto di morte. Elisa per questo ritornava vicino al fiume da qualche tempo. La madre iniziava appena il viaggio, avrebbe raggiunto spiriti della sua generazione; Elisa morta a ventisei anni rimase con anime sue coetanee, destinate ora definitivamente a non incontrarsi mai più. Certamente non avrebbe sofferto, perche’ in breve tempo le sarebbe stata cancellata la sua identità e quanto prima era stata. Vuoto reale persiste oggi sul fiume. Il dolore lascia il posto ad altre forme; il lungo viaggio sta per riprendere, ogni dubbio lasciato sulla terra, ogni presentimento di felicità dimenticata. Sola, Elisa, vaga già nelle penombre trasparenti, là dove il sole va a dormire da sempre. Il tempo prese a sgretolarsi, per scomparire e fatalmente non esistere, tutto per poco parve di nuovo incomprensibile ed assurdo; credete, aveva voglia di farla finita ma, non poteva mettere fine a questo devastante pensiero, era già morta.. Roberta Venezia, 23 gennaio 2004